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di Rosanna Del Noce Venerdì 06 Giugno 2014 è stata presentata a Milano l’illuminante indagine realizzata da Weber Shandwick, multinazionale leader nel settore delle relazioni pubbliche.

L’indagine Employees Rising: Seizing the Opportunity in Employee Activism è stata effettuata con un sondaggio online su un campione di 2.300 dipendenti d’azienda di 15 diversi paesi del mondo.

Lo studio, focalizzandosi sul fenomeno dell’attivismo in rete dei dipendenti, indica a CEO, Social Media e HR Manager quali sono le leve per intercettare l’evoluzione di questo fenomeno e beneficiare di questo nuovo trend.

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Il report ha finalmente fatto emergere la mappa delle innumerevoli possibilità offerte alle aziende dai loro stessi dipendenti che con una partecipazione più o meno attiva sui social media possono favorire il brand engagement e la qualità della presenza di un’organizzazione nella dimensione 2.0.

Dalle dichiarazioni degli intervistati emerge infatti che:

il 43% pubblica sui social media contributi video, messaggi ed immagini inerenti all’azienda per cui lavora

il 33% ha pubblicato e condiviso un commento positivo sulla propria azienda

l’11% ha invece condiviso dichiarazioni critiche e commenti negativi sull’azienda

il 10% ha condiviso sui social media commenti o contributi di cui si è poi pentito.

Questi primi dati confermano l’immenso potenziale in rete dei dipendenti. Un patrimonio di advocacy che, se ben ingaggiato, può rappresentare la voce e lo strumento più prezioso nella nuova economia di mercato 2.0.

Nel mio libro “CoEvoluzione 2.0 e Risorse Umane”, pubblicato da Franco Angeli Edizioni nella collana HRCommunity e presentato a conclusione dell’evento Employees Rising, sono descritti i concetti e i modelli operativi per la gestione del potenziale HR in rete.

Come ho infatti avuto modo di affermare durante l’incontro, l’evoluzione in corso ha cambiato le matrici culturali, relazioni e cognitive del mercato. Questi cambiamenti hanno segnato anche le nuove modalità di partecipazione dello staff di molte aziende. Questo potenziale può sicuramente diventare la rete dei connettori che veicolano online i messaggi che un’organizzazione vuole far arrivare all’esterno. Ciò, come ho precisato, è possibile solo se allo staff viene innanzitutto riconosciuto il ruolo sia di “segnalatori” di quelle correnti che guidano i comportamenti degli utenti/consumatori in rete che di “cocreatori” dei contributi da condividere e diffondere.

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“Internet e i social media, afferma Linda Bulgheroni, managing director di Weber Shandwick, stanno cambiando le regole della comunicazione, restituendo ai dipendenti una voce amplificata. Questo è particolarmente vero per gli italiani, una popolazione che fa ampio uso dei social media – il 92% degli intervistati italiani ha un profilo sociale personale vs l’88% della media europea. Se paragoniamo i dati dell’indagine relativi al mercato Italia con quelli dell’Europa, ci colpisce infatti un potenziale di advocacy ancora più grande nel nostro Paese (36% di dipendenti PreAttivi vs 32%), ma tuttavia è inferiore la percentuale di proattivi, cioè quelli che già compiono tutte le azioni possibili di supporto all’organizzazione: 12% vs 18% europeo. Se consideriamo poi la situazione del mercato italiano – il 92% degli intervistati italiani contro il 84% degli europei dichiara di aver assistito recentemente a grossi cambiamenti sul posto di lavoro – si evince che in Italia ci sia un’urgenza maggiore di presidio del fenomeno, ma anche maggiori opportunità di intervento”.

L’evoluzione del mercato sta decretando il ruolo centrale di una collaborazione sinergica tra il dipartimento HR e coloro che, come Weber Shandwick, vogliono occuparsi sapientemente di Brand e Online Reputation.

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di Cristina Savelli

Nel percorso di progettazione e pre-produzione del documentario per il saggio finale del corso alla Scuola di Cinema e Televisione di Milano, che ho concluso pochi mesi fa, ho incontrato un testo di Johan van der Keuken del 1974 (Aventures d’un regard, Editions Cahiers du Cinema, Paris, 1998. Trad. Alba Bariffi). Nel esplicitare il suo rapporto con la ‘realtà’, il regista sposta – in analogia con il suo percorso conoscitivo che avviene durante tutte le fasi di elaborazione del film documentario – il rapporto con la conoscenza, e a svolgere questo percorso chiama anche lo spettatore. Se questo sarà in grado di impegnarsi in un processo conoscitivo che potrà svolgersi nel dipanarsi della visione del film, potrà giungere ad una conoscenza diversa da quella veicolata dal sapere accademico, in cui è la ‘realtà’ ad essere portata allo spettatore, sovente correlata da una serie di a-priori trasmessi, più o meno consapevolmente, allo spettatore.

E aggiunge: “Per me, in astratto, questo corrisponde all’idea di democrazia di base in cui, finalmente, tutti hanno la stessa posizione di partenza di fronte al sapere e in cui il sapere non arriva dall’alto ma viene acquisito in quanto parte di una realtà che, in linea di principio, è accessibile a tutti.

Questo concetto del ‘sapere’ legato ad una ‘realtà accessibile a tutti’, è straordinariamente attuale, amplificato dagli ambienti 2.0 e dalle nuove tecnologie.

La ricerca del ‘sapere’ è diventata individuale e attiva, favorita dallo scambio con persone che hanno già usufruito di quella conoscenza (prodotto, servizio, ecc.) e che, liberamente, rilasciano le loro impressioni, informazioni, valutazioni sul web, a disposizione di chi voglia usufruirne.

Di più.

E’ ufficiale l’acquisto da parte di Google di WAZE (dal sito italiano: Waze è l’applicazione gps per evitare il traffico, basata sulla community più diffusa e in veloce crescita nel mondo! Presto, unisciti agli altri guidatori nel tuo territorio, per condividere in tempo reale informazioni sul traffico e aiutare tutti a risparmiare tempo e benzina, durante la guida di tutti i giorni) per una cifra non resa pubblica ma che si stima possa essere superiore al miliardo di dollari.

Perchè un così alto l’interesse per questa app, considerando che anche Facebook e Apple erano fortemente interessati all’acquisto? Come funziona realmente WAZE?

velocità2WAZE è un app ‘sociale’ di navigazione e traffico, che fornisce indicazioni agli automobilisti. WAZE raccoglie i dati dal GPS dell’utente per generare in tempo reale i dati sul traffico. Oltre a questo, gli utenti condividono i rapporti sugli incidenti stradali, le ‘trappole’ della polizia, o qualsiasi altro tipo di pericoli naturali che si incontrano sulla strada. WAZE è una comunità totalmente definita dagli utenti e di utenti WAZE ne ha, al momento, 50 milioni. E’ chiaro che Google, che ha già fortemente investito nella sua posizione sulla base di servizi di navigazione di Google Maps per fornire mappe, indicazioni, vista stradale, ecc., prevede di integrare le informazioni sul traffico in tempo reale utilizzando la comunità di utenti.

Ma qual è il punto di forza di questa app? In sintesi possiamo dire che la potenza dell’applicazione risiede nel fatto che gli utenti non inviano messaggi ad un centro che registra i loro dati e neanche interagiscono con un brand, ma interagiscono fra di loro: ogni utente vuole sapere, così come tutti gli altri, in tempo reale qual è il migliore percorso per giungere a destinazione.

La realtà oggi è che si sono ampiamente consolidati modalità relazionali people-to-people che si fondano su valori come la reciprocità e il benessere.

Il concetto di reciprocità e della sua valenza economica, è stato già anticipato in un nostro post dello scorso anno ed è ampiamente analizzato e discusso da Rosanna Del Noce nel suo libro, Coevoluzione 2.0 e risorse umane. Le strategie per essere un’azienda 2.0, pubblicato da Franco Angeli nella collana HR COMMUNITY.

Ma cosa accadrà nelle aziende che si troveranno a relazionarsi con un mercato che sarà (ed è) 3.0?

Come cambieranno le organizzazioni per porsi in un nuovo flusso relazionale in cui non sarà più sufficiente monitorare la soddisfazione del cliente con questionari o con statistiche di accesso al proprio sito aziendale o al proprio account sui social network?

È ora di far evolvere il potenziale aziendale con i progetti di coevoluzione 2.0

di Cristina Savelli

In occasione del Social Business Forum 2012, che si svolgerà a Milano il 4 e 5 giugno, Il Sole 24 Ore pubblica un articolo di Luca Conti: L’impresa formato social media. Il focus dell’articolo è l’anticipazione dei contenuti dell’intervento che farà Frank Eliason, SVP of Social Media at CitiBank, in apertura del secondo giorno: @YourService. The business world has flipped and small business can capitalize.  

In sintesi. Ripensare il modello aziendale per modularlo attorno all’assest più importante per l’azienda: il cliente soddisfatto. Per attuarlo è indispensabile spostare attivamente l’attenzione sui clienti, ascoltare le loro opinioni, attraverso la presenza quotidiana su tutti i canali di comunicazione, social media in primis.

Il cambio di prospettiva (il brand che si presenta sui social network versus il brand che si apre ai social network), come sottolinea anche Eliason, è portato dall’ascolto, che deve generare un cambiamento reale.

Interessantissimo il grafico riportato nell’articolo (scusate per la pessima qualità della foto).  Al centro di un vortice colorato, l’azienda come sistema collaborativo. Sulla sinistra le azioni che rappresentano ‘l’impegno con il cliente‘, sulla destra i ‘processi interni all’azienda‘. E’ ormai evidente che la proiezione verso il cliente, nella totale e trasparente attitudine all’ascolto è strettamente correlata al movimento che deve essere fatto all’interno dell’azienda. Così, nell’ascolto del cliente l’azienda è chiamata ad abbattere le proprie barriere per ascoltare i segnali che vengono dalle persone, ma dovrà coinvolgere i propri dipendenti, collegarli, motivarli per poter raggiungere tale risultato. Un ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi  sono le voci COLLABORAZIONE e NUOVO MANAGEMENT. La collaborazione significa mettere a punto l’intelligenza collettiva, e il nuovo management è visto più prossimo alla coltivazione di una community che alla guida di un gregge.

Nel libro che Rosanna Del Noce sta completando, e che uscirà a breve, si analizzano in dettaglio alcuni interrogativi che, inevitabilmente potrebbero nascere leggendo i sempre più frequenti articoli e libri sull’argomento Social Media: come può l’azienda, in pratica, mettersi in ascolto delle persone? Quali sono i cambiamenti che devono essere effettuati nel modello organizzativo?  Cosa significa, nella quotidianità lavorativa, collegare le persone? Ma come può ‘l’intelligenza collettiva‘ migliorare la reputazione aziendale? Che stile di leadership devono avere i manager?

To Be Network Essere network significa abbandonare la convinzione di poter far arrivare solo ed esclusivamente le informazioni che rafforzano la nostra posizione di mercato e confermano la nostra buona reputazione. Essere network vuol dire innanzitutto aprire le porte alla Relazione e cogliere l’opportunità che la Rete offre in quanto luogo privilegiato di incontro fra individualità in evoluzione.