La “First generation” di Knowledge Management è sintetizzata dal concetto di gestione dell’informazione. I primi investimenti si concentrano soprattutto sullo sviluppo dei mezzi per rendere veloce e semplice l’archiviazione, la descrizione e la comunicazione di dati e informazioni. È una prima fase, la first generation, che tende a ridurre il knowledge mangement alla sua componente strumentale, l’information technology, che è fondamentale ma non ne esaurisce le potenzialità. La “Second generation” è invece rappresentata dalla condivisione della conoscenza. La seconda fase del knowledge management si focalizza su come poter mettere a servizio di tutta l’azienda le conoscenze professionali specifiche di ogni membro. Questa logica spinge il knowledge management a diventare un sorta di “filosofia” della collaborazione e della condivisione negli ambienti di lavoro. Può incontrare una certa resistenza da parte di esperti gelosi dell’indispensabilità del proprio ruolo, spesso raggiunto dopo anni di esperienza. Questa visione riduce la conoscenza a una sorta di “bagaglio” personale che il proprietario può portare via quando lascia l’azienda, arrecando un danno economico. Invece, quello della conoscenza è un ciclo che può portare alla produzione di nuova conoscenza solo tramite la condivisione e l’elaborazione di informazioni. (da wikipedia)

Oggi in Rete assistiamo alla consuetudine di mettere a disposizione degli altri informazioni e competenze. Questo rende i singoli utenti autori e mediatori di conoscenza. Questo fenomeno è stato avvalorato da iniziative di importanti musei e biblioteche che hanno messo a disposizione della Rete la consultazione gratuita di tutti i loro archivi. Tale approccio si conferma e si rinnova quotidionamente, declinandosi con varie modalità ed estensioni, nelle bacheche di Facebook o Linkedin.

Ci sono però alcuni aspetti a cui bisogna prestare attenzione quando scegliamo di proporre delle opportunità di conoscenza all’interno di network aziendali o social network. Alcuni autori spiegano i limiti e le potenzialità della condivisione di informazione all’interno dei network, aspetti che possiamo sintetizzare riportando il significato dei termini homophily e serendipity.

Per Ethan Zuckerman, co-fondatore del sito Global Voices, la parola homophily esprime l’idea che ogni persona ama i suoi simili o, per dirla in altri termini, gli esseri umani si circondano di persone con lo stesso bagaglio culturale, economico e religioso. Infatti, le persone si conoscono partendo da interessi comuni. I gruppi sociali on-line ricalcano quelli off-line e sono composti, per lo più, da amici e familiari. Dello stesso fenomeno parla anche Shankar Vedantam in un articolo sul Washington Post intitolato “Perché tutti quelli che conosci la pensano come te”.

Il percorso di conoscenza sarebbe quindi influenzato dalle scelte del nostro network e dalle preferenze di navigazione in Rete dei singoli componenti. Il paradosso è che questa modalità influenza la nostra possibilità di entrare in contatto con diverse fonti di conoscenza e occasioni di relazione. Questo limite viene definito da Zuckerman come “filtraggio collaborativo“. In questo sistema di conoscenza mediata dai ‘nostri simili’, nel quale ci aggregiamo utilizzando gli stessi parametri di preferenza, si affievolisce l’opportunità di relazionarci con la diversità di culture e visioni; tale approccio non arricchisce la nostra esperienza formativa e blocca l’ingresso di informazioni significative.

Per contrastare l’homophily è necessario ricorrere a quella che viene definita serendipity. Il termine è stato coniato nel 1874 dallo scrittore britannico Horace Walpole per definire quei processi che, implicando l’abbandono totale di algoritmi e percorsi di ricerca stabiliti a priori, portano alla scoperta di informazioni utili alla risoluzione di problemi e all’ampliamento delle prospettive di conoscenza.

La serendipity è uno degli aspetti che libera gli utenti dal labirinto del “filtraggio collaborativo” e li apre all’evoluzione in corso, rendendoli propagatori di energia con cui raggiungere realtà in qualche misura estranee e lontane dalla nostra quotidianità. Questo movimento consente di poter usufruire di un numero sempre più ampio di strumenti e competenze con cui dar vita ad un progresso pronto a declinarsi in iniziative coerenti con i diversi contesti di riferimento. Lo stesso principio dovrebbe essere contemplato dalle aziende che replicano logiche di formazione fin troppo filtrata dalla valutazione di responsabili deputati ad incentivare lo sviluppo del personale.

I nuovi modelli di formazione prevedono il passaggio ad utenti e dipendenti della ‘regia’ dei propri percorsi di conoscenza e di creazione di nuove prospettive. Le aziende potranno accogliere tali percorsi all’interno di un sistema che ne convoglierà gli esiti e ne integrerà le potenzialità; ciò attiverà un’intelligenza aziendale capace di generare una conoscenza collettiva dotata di continuità di intuizioni e progetti da condividere immediatamente con il mercato.

Il Modello di Social Co-Training da noi proposto consente di accogliere le nuove traiettorie della conoscenza e di integrare gli aspetti della partecipazione e della reciprocità all’interno di un Network aperto ed evoluto.

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