The Share Economy #CondividereFiducia

di Rosanna Del Noce

La Share Economy ha precursori che oggi si godono il trionfo meritato dei pionieri. Zipcar, per esempio, ha ideato la condivisione dell’auto elettrica ma ha soprattutto avuto il potere di far sentire sorpassato il vecchio concetto dell’autonoleggio, puramente mercantile. Zipcar ha creato uno spirito di comunità fra i suoi iscritti, spesso ambientalisti: le auto vengono così restituite in ottimo stato e pulite a dovere. Eatfeastly e Yerdle sono altri due esempi di come l’aggregazione sia uno degli elementi chiave del successo della Share Economy.  Eatfeastly.com si propone come occasione per “mangiare festosamente”, evocando banchetti d’altri tempi, mentre Yerdle.com è “il luogo magico” dove condividere gli oggetti personali con gli amici.

airbnbNell’articolo “How The Share Economy  Will Change The Way We Do Business”, Scott Annan suggerisce di fare attenzione all’importanza dei micropreneur nella Share Economy e, per spiegare il ruolo che avranno nell’economia mondiale, ricorre al concetto di “spare capacity”.
Per spare capacity si intende la quantità disponibile di un prodotto o di una risorsa. Questa quantità varia al variare del rapporto tra domanda ed offerta. Da questa definizione risulta chiaro il ruolo di cuscinetto di sicurezza del mercato della spare capacity: quando la domanda cresce improvvisamente (nel caso del gas, ad esempio, potrebbe essere un’ondata di freddo anomalo), si ricorre alle scorte di spare capacity accumulate.
Nel suo articolo, Scott Ann sostiene che sempre più persone si percepiscono come potenziali imprese, ovvero micropreneur, che capitalizzano la propria space capacity, impiegando le proprie risorse, come auto, case e tempo libero, che rimangono in parte inutilizzate.
Airbnb è un portale peer-to-peer che in oltre 190 paesi mette in contatto proprietari di appartamenti che hanno spazi e stanze da affittare con persone che cercano posti dove soggiornare. Grazie a questa forma di economia nota come “consumo collaborativo” si sono sempre più diffusi i micropreneur, ovvero micro-imprenditori che risparmiano e guadagnano denaro utilizzando al meglio la loro spare capacity, ovvero i loro beni.

Uno degli elementi alla base dello sviluppo del consumo collaborativo è sicuramente la disponibilità a concedere fiducia agli estranei. Rachel Botsman, autrice del libro What’s mine is yours, vede in questa tendenza un “trasferimento di poteri”. Infatti, nel suo ultimo intervento al TED (video), oltre a spiegare le motivazioni di questa sua  lettura, dichiara che intende trasformare questo trend in un movimento globale, che si muova dalla consapevolezza di ritrovare quell’universale senso di umanità, rimasto sopito fino ai recenti scenari economici. Questo nuovo modo di percepire il proprio ruolo di consumatore, sta cambiando il modo di pensare alla domanda e all’offerta: dall’opportunità di una transazione si privilegia la qualità di un’esperienza.

trust
Questa tendenza si sta propagando in ambiti differenti, dai beni di consumo primari alle proposte per il tempo libero. L’evoluzione in corso sta attraversando ogni sfera della nostra quotidianità e tocca il singolo individuo nella misura in cui fa parte di una comunità.

Nel concetto di coevoluzione che ho elaborato a seguito di alcune analisi che ho presentato precedentemente in questo blog, punto l’attenzione su un aspetto chiave: la coevoluzione si manifesta quando i soggetti coinvolti sono messi in relazione dalla risonanza di intuizioni e scelte che, consapevolmente o inconsapevolmente, li porta ad evolversi insieme.

Nel mercato caratterizzato sempre più da consumatori 2.0, aperti ed interessati alla qualità relazionale di un’esperienza, crescono le risorse messe a disposizione da utenti che, grazie anche a riconosciute qualità personali, stanno infoltendo la popolazione di micropreneur.

E’ ORA DI VEDERE che le aziende hanno una ricchezza 2.0 ancora inutilizzata e che questa ricchezza è connessa con la singolarità, l’energia e l’entusiasmo di tutte le persone che vi lavorano: i micropreneur che possono trasformare in capitale le risorse delle imprese.

Secondo il rapporto del McKinsey Global Institute intitolato The Social Economy: Unlocking Value and Productivity through Social Technology questa ricchezza ha un valore stimato di circa 1.000 miliardi di dollari.
In questa cifra non sono quantificati nè quantificabili, tutti i benefici che potrebbero sorgere dall’impiego del potenziale aziendale 2.0, in quanto gli strumenti valutativi impiegati si basano su parametri che si limitano ad analizzare il valore delle  transazioni commerciali e non hanno la versatilità per valutare come la forza dell’aggregazione stia delineando scenari economici con differenti indici, quali il consenso, la fiducia, la relazione.

Di conseguenza, in un mercato 2.0 la reputazione non può essere veicolata esclusivamente dalle tradizionali strategie di marketing. I più evoluti esperti di marketing e comunicazione sanno che oggi la reputazione ci precede e che è costantemente influenzata dalla qualità umana di dirigenti, impiegati e collaboratori che lavorano dietro ad un brand. La reputazione di un’azienda dipenderà dalla qualità relazionale che, realmente sperimentata e sostenuta all’interno della stessa azienda, darà spazio ad una circolarità tra mondo reale e virtuale, tra esperienza off e on line.  La reputazione di un’azienda passa dalle opinioni delle persone con cui i dipendenti e collaboratori hanno condiviso, ad esempio, un viaggio in macchina, la scelta di una vacanza, il confronto su un’idea, l’adozione di un cane, un progetto lontano da casa, ecc.

Come afferma la Botsman “è cambiato il sistema dei valori. Invece di consumare per fare a gara con i vicini, ora le persone consumano per conoscere i vicini”.

È ora di far evolvere il potenziale aziendale con i progetti di coevoluzione 2.0

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