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Archivio mensile:ottobre 2012

di Rosanna Del Noce

In un recente articolo del Wall Street Journal l’editorialista Michael Malone ha spiegato che durante l’ultimo mezzo secolo ci siamo abituati ad assistere alla contrapposizione tra le discipline scientifiche, necessarie allo sviluppo dell’economia industriale, e quelle umanistiche, in costante declino perché ritenute inadatte a gestire gli investimenti finanziari, curare le malattie, risolvere le controversie legali di un’azienda, o andare sulla Luna. Questa convinzione è ed era infondata già allora, perché sulla Luna ci metti piede solo se alimenti il desiderio di oltrepassare un limite. Nello stesso articolo Malone riporta una frase pronunciata recentemente da Santosh Jayaram, fondatore di Daemonic Labs ed ex Vice Presidente delle Business Operations di Twitter,“i laureati in inglese sono esattamente il tipo di persone che cerco di assumere”. Jayaram ha precisato che i tecnici e i programmatori gli servono per progettare e costruire i prodotti, così come i manager e gli avvocati, per far funzionare l’azienda. Senza i laureati in inglese, però, non si partirebbe neppure. I dipendenti con una cultura umanistica, infatti, hanno il compito fondamentale di capire quali sono le nicchie del mercato non sfruttate, quali sono i sogni e i bisogni della gente, e quali idee potrebbero soddisfarli. Da queste affermazioni sembrerebbe che attribuire un maggior peso agli specialisti delle discipline umanistiche possa risollevare l’economia. In verità le competenze umanistiche prima di essere destinate a trovare soluzioni per vendere dei prodotti, dovrebbero poter rileggere la storia delle aziende ed attualizzarne la presenza sul mercato. Le imprese sono infatti sempre più esposte ad uno sguardo globale che non esita a decretarne la sopravvivenza. Questo sguardo si muove con logiche che sfuggono al controllo e, proprio per tale motivo, viene percepito come misterioso e complesso.
Per comprendere in che modo il senso di “individualità globale” sta cambiando gli scenari sociali ed economici  bisogna iniziare a calarsi in un mondo da scoprire istante dopo istante: il mistero della complessità attuale non si può svelare utilizzando scorciatoie di conoscenza rappresentate da interpretazioni già date a scenari trascorsi. Ciò che si sta muovendo intorno a noi è molto più della realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi o nella nostra memoria.
Le ragioni del fallimento di molti progetti imprenditoriali derivano infatti dall’impatto degli atteggiamenti mentali conservatori con il processo evolutivo in corso.
Questa sfida è certamente complessa perché comporta lo sforzo di rimettersi in gioco e di rivedere le logiche che per lungo tempo hanno presidiato strategie ed organizzazioni aziendali.
Nel suo libro Vivere con la complessità Donald A. Norman, psicologo ed esperto di design, attribuisce alla complessità l’aspetto coinvolgente e positivo della modernità a patto che l’approccio sia funzionale all’obiettivo di renderla più comprensibile e non di rimuoverla.
Norman afferma, infatti, che “Quello che molte persone non riescono a capire o ad intravedere, e tra questi ci sono coloro che dovrebbero cambiare le cose, è che la tecnologia non sta esclusivamente permettendo di fare in modo semplice una cosa prima complicata: la tecnologia sta attivando nelle persone un approccio nuovo, più articolato e inedito alle idee e alla creatività. Ciò che non si riesce a comprendere, interpretando ogni innovazione esclusivamente come un aggiornamento, è che stanno nascendo nuovi modi di raccontare, di concepire una necessità, di costruire la qualità e di percepire la felicità”.

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di Cristina Savelli

Come da tempo abbiamo segnalato, la domanda che le aziende dovrebbero porsi è: come è la mia presenza sui social network?

Porre l’attenzione su quel ‘come‘ implica una riflessione approfondita ed attenta, senza a-priori, su quelle trasformazioni che i social network, e più in generale il web, hanno contribuito a portare ormai sotto gli occhi di molti.
Ma vedere un fenomeno non significa automaticamente comprenderlo. Nell’ambito della comunicazione 2.0 è poi particolarmente complessa la comprensione di un fenomeno che si muove sfuggendo alle maglie del controllo. E’ innegabile che la presenza di una azienda in Rete, il suo ‘esserci’, è spesso, ancora oggi, pericolosamente legata a modelli, idee e probabilmente metodologie, del passato.

Un piccolo esempio:
12 settembre 2012: sul ‘muro’ Facebook della pagina ufficiale di Parah compare una foto con un tramonto-cartolina sul mare e una scritta, un po’ casareccia, con i nomi di tre vincitrici di un gioco.
si registrano 6 like; 6 commenti, di cui 2 della Parah stessa.

al 1° ottobre 2012, ore 9.30, sullo stesso ‘muro’ si registrano complessivamente, cioè per tutti i post successivamente pubblicati dalla Parah, un totale di 4.722 commenti e 7.633 ‘ne parlano’.

Fra queste due date l’affaire Minetti, noto.

L’interpretazione dell’evento è polarizzata fra chi ritiene sia stato un successo (ha attirato l’attenzione, si è fatta conoscere a chi ignorava l’esistenza del marchio, ecc., i fautori del ‘nel bene o nel male, purché se ne parli’) e chi ritiene sia stato un boomerang contro il marchio stesso.

Indipendentemente dalle valutazioni personali, che come tali vanno rispettate, mi permetto di sottolineare che la lettura dei commenti è un sano esercizio per mettersi all’ascolto delle singole voci che in questo come in molti altri casi, sono voci di persone a cui le aziende si rivolgono quando portano la loro presenza sui social network. Ma chi sono queste voci e cosa dicono? Cosa cercano? Come si muovono? Cosa si aspettano?
Lo sviluppo dei canali di comunicazione 2.0 ha fatto emergere, ormai da tempo, una nuova modalità relazionale: le persone vogliono andare oltre le apparenze e le comunicazioni ufficiali. Si assiste ad una maggiore attenzione rispetto ai messaggi e ai modelli che vengono proposti. L’alta velocità di diffusione del tam tam che si scatena in Rete non consente più alle aziende di appellarsi a soluzioni che ricalcano modelli di comunicazione egocentrici e autoreferenziali.

Non è più sufficiente avere un testimonial sbalorditivo o seducente per attivare il meccanismo della certezza di vendita. E’ necessario avere l’umiltà ed il coraggio di comprendere che i valori sono cambiati e che i consumatori non sono più dietro le vetrine dei negozi ma dentro lo spazio aziendale, ovvero tutto lo spazio che le aziende portano in Rete e che pensano ancora di poter gestire come se fosse sotto il loro esclusivo controllo, continuando a garantire loro una comunicazione monodirezionale che non può esistere in Rete, per cosa è la Rete, per come è.

Il comunicato ufficiale pubblicato dalla Parah per tamponare il numero di commenti negativi che stavano arrivando sulla pagina facebook dell’azienda, ha provocato, se possibile, ben di peggio: più di 3.500 commenti che esprimono, per la maggior parte, indignazione per ciò che è stato percepito come un inefficace e goffo tentativo di giustificare la scelta marketing.

L’evoluzione in corso ha reso tutti più capaci e desiderosi di autenticità nelle comunicazioni e di rispetto per le opinioni di chi è in Rete.

Le aziende che vogliono assicurarsi una futura e vantaggiosa presenza sulle piattaforme di social networking, uno spazio nel quale rimanere in contatto con i consumatori, non possono trascurare i nuovi parametri con cui verranno valutate dagli utenti, primo tra tutti il principio che in Rete bisogna Essere e che non basta più Esserci.

Questo è uno dei presupposti che caratterizza il passaggio dalle iniziative di Social Media Marketing ad un approccio strategico di Social Media Co-Marketing.