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Archivio mensile:giugno 2012

di Rosanna Del Noce

Le aziende che cercano follower a tutti i costi rischiano di trovare il supporto di web agency pronte a dopare la presenza sulle piattaforme di social networking con il mercato nero 2.0.
Un recente studio condotto da Marco Camisani Calzolari, docente di comunicazione aziendale e linguaggi digitali all’università Iulm di Milano, rivela che alcune società hanno fino al 45% di follower che non si comportano come esseri pensanti ma come robot.
L’analisi, effettuata su un campione di account twitter gestiti da aziende, ha evidenziato che in sette casi su tredici fra le imprese internazionali più del 20% dei follower mostra i comportamenti di un bot: sono profili che sarebbero riconducibili non a persone, ma a software.
Il Professor Camisani Calzolari precisa che “Non possiamo essere certi che siano finti utenti, ma ne hanno le caratteristiche”. Questi utenti infatti non pubblicano post e sono sprovvisti di nome, foto e  amici.
Il Sole 24 Ore pubblica oggi un articolo di Luca Dello Iacovo in cui sono indicati alcuni strumenti per scoprire i robofollowers.
Il mercato nero 2.0 falsifica il valore del “capitale sociale” e abbassa drasticamente la qualità  relazionale delle aziende. Acquistare fan o follower, oltre che eticamente scorretto, è inutile ma soprattutto dannoso. É ormai noto che gli utenti della Rete condannano le scorciatoie e manifestano la loro disapprovazione con precise azioni che colpiscono la reputazione e i bilanci delle aziende. Questi utenti disdegnano le iniziative che puntano ad associarli a semplici numeri da controllare e spesso sono proprio loro a smascherare e a segnalare i tentativi di barare.
Scoprire poi che il 45% dei loro colleghi follower appartiene alla categoria del mercato nero 2.0 li solleciterà a smettere di seguire le società che ricorrono a questi espedienti.
“In questo momento – afferma il docente – c’è una sopravvalutazione del digitale. Ci si muove con logiche che fanno male al mercato. La corsa ai follower costa poco, ma è dannosa. Bisogna tornare alle origini. Costruendo delle piattaforme di proprietà delle aziende che permettano la condivisione e che usino i social network come cassa di risonanza. Oggi l’85% delle aziende non ha questa funzione”.
I social network possono essere certamente utilizzati come cassa di risonanza delle iniziative di condivisione, peccato che nelle aziende non si sia ancora sviluppata un’autentica cultura della condivisione. Questa cultura implica un’evoluzione degli aspetti relazionali, cognitivi e generazionali.
Non credo che la causa di alcune errate strategie risieda nella sopravvalutazione del digitale ma nel mancato ascolto delle dinamiche che caratterizzano la presenza degli utenti (quelli veri!) negli ambienti  2.0.

Queste dinamiche potrebbero tradursi in opportunità se le aziende smettessero di affidarsi a modelli di comunicazione obsoleti ed iniziassero ad investire seriamente sulla formazione finalizzata a sviluppare internamente modelli, competenze e risorse che conferiscono alle società una dimensione 2.0.

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di Cristina Savelli

In occasione del Social Business Forum 2012, che si svolgerà a Milano il 4 e 5 giugno, Il Sole 24 Ore pubblica un articolo di Luca Conti: L’impresa formato social media. Il focus dell’articolo è l’anticipazione dei contenuti dell’intervento che farà Frank Eliason, SVP of Social Media at CitiBank, in apertura del secondo giorno: @YourService. The business world has flipped and small business can capitalize.  

In sintesi. Ripensare il modello aziendale per modularlo attorno all’assest più importante per l’azienda: il cliente soddisfatto. Per attuarlo è indispensabile spostare attivamente l’attenzione sui clienti, ascoltare le loro opinioni, attraverso la presenza quotidiana su tutti i canali di comunicazione, social media in primis.

Il cambio di prospettiva (il brand che si presenta sui social network versus il brand che si apre ai social network), come sottolinea anche Eliason, è portato dall’ascolto, che deve generare un cambiamento reale.

Interessantissimo il grafico riportato nell’articolo (scusate per la pessima qualità della foto).  Al centro di un vortice colorato, l’azienda come sistema collaborativo. Sulla sinistra le azioni che rappresentano ‘l’impegno con il cliente‘, sulla destra i ‘processi interni all’azienda‘. E’ ormai evidente che la proiezione verso il cliente, nella totale e trasparente attitudine all’ascolto è strettamente correlata al movimento che deve essere fatto all’interno dell’azienda. Così, nell’ascolto del cliente l’azienda è chiamata ad abbattere le proprie barriere per ascoltare i segnali che vengono dalle persone, ma dovrà coinvolgere i propri dipendenti, collegarli, motivarli per poter raggiungere tale risultato. Un ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi  sono le voci COLLABORAZIONE e NUOVO MANAGEMENT. La collaborazione significa mettere a punto l’intelligenza collettiva, e il nuovo management è visto più prossimo alla coltivazione di una community che alla guida di un gregge.

Nel libro che Rosanna Del Noce sta completando, e che uscirà a breve, si analizzano in dettaglio alcuni interrogativi che, inevitabilmente potrebbero nascere leggendo i sempre più frequenti articoli e libri sull’argomento Social Media: come può l’azienda, in pratica, mettersi in ascolto delle persone? Quali sono i cambiamenti che devono essere effettuati nel modello organizzativo?  Cosa significa, nella quotidianità lavorativa, collegare le persone? Ma come può ‘l’intelligenza collettiva‘ migliorare la reputazione aziendale? Che stile di leadership devono avere i manager?

To Be Network Essere network significa abbandonare la convinzione di poter far arrivare solo ed esclusivamente le informazioni che rafforzano la nostra posizione di mercato e confermano la nostra buona reputazione. Essere network vuol dire innanzitutto aprire le porte alla Relazione e cogliere l’opportunità che la Rete offre in quanto luogo privilegiato di incontro fra individualità in evoluzione.