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Archivio mensile:dicembre 2011

di Rosanna Del Noce

Una recente ricerca fatta da Mtv in 15 diversi Paesi ci offre un’immagine dei giovani come di una generazione sempre connessa e con il mito della famiglia. Comunicano utilizzando strumenti e linguaggi veloci, preferiscono il benessere della collettività all’individualismo. I mezzi a loro disposizione non contemplano le scorciatoie; sono persone che vogliono farcela senza sgambetti o favoritismi. I dati di tale indagine sono rimbalzati su quotidiani, dibattiti politici e forum.

In molti hanno specificato le percentuali di risposta della ricerca e ancora di più sono stati coloro che hanno lasciato intendere che questi giovani sono “senza futuro” e che hanno comunque la responsabilità di renderlo migliore. Jeffrey Sachs, economista della Columbia University afferma che quando questi giovani saliranno al potere, riusciranno a cambiare la società  ricostruendola non sul consumismo ma sull’umanesimo responsabile.

Sembra quindi che dobbiamo delegare ai giovani il peso delle azioni che portano al cambiamento sperato. Li intervistiamo per conoscerne ideali e abitudini e poi ci precipitiamo a tracciare tutte le possibili differenze con la Generazione X, tra loro e noi.  Dopo esserci dilungati a commentare tratti e percentuali, gli consegniamo la responsabilità del futuro. Possiamo anche consegnargli le chiavi del futuro, ma se perseveriamo ad imporgli le attuali zavorre politiche e aziendali sarà arduo per la “nuova generazione” riuscire a generare l’evoluzione attesa.

Per avere un futuro è indispensabile impegnarsi nella rigenerazione del presente. Nel presente ci siamo noi con le competenze, le aspettative e la capacità di creare e ricreare. Nel presente ci siamo noi, responsabili e dipendenti di aziende pronte ad investire sulle idee della Generazione Y. Investire risorse economiche però non basta. Ognuno di noi ha il preciso dovere di ringiovanire la mentalità sociale e aziendale. Il motore delle intuizioni e dei valori della Generazione Y perde inevitabilmente potenza dentro pesanti carrozzerie imprenditoriali ed ingranaggi che hanno già dimostrato di non essere più efficaci. Troppo semplice sentenziare che oggi questi “giovani sono senza futuro”. Parliamo dei giovani per non ammettere che siamo noi quelli che non sanno in che direzione guardare. Ci si evolve solo alzando lo sguardo verso la realtà e ripartendo dalla verità. Dirottare le speranze verso il deserto delle illusioni, è come chiedere al futuro di non esistere. Basta con queste irrazionali richieste. Basta con il ripetere che “i giovani sono senza futuro”. Chi ha voglia di continuare a spargere polvere di paura è invitato a lasciare al più presto quel recinto di immobilità ed esitazione nel quale nessuno vuole più stare. Per avere un futuro, è indispensabile impegnarsi nella rigenerazione del presente.

Non c’è più tempo per la paura e le illusioni. C’è l’urgenza e la voglia di correre immediatamente verso quell’onda di emancipazione. Tutto è disponibile a trasformarsi in adrenalina, stupore e benessere. SONO I TUOI PROSSIMI DIECI MINUTI NEL FUTURO E SONO I PROSSIMI…!

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di Rosanna Del Noce

Per alcuni esperti dei settori emergenti come la green economy il nuovo manager è fluido, conferisce priorità agli aggiornamenti che riceve in tempo reale, ondeggia e si muove in sintonia con le correnti delle moltitudini creative.

L’intelligenza collettiva ha affidato all’oceano della Rete i sensori di un’emancipazione che prende forma in spazi liberi da poteri esclusivi e attende l’ascolto e la reattività delle imprese. Rivela l’esigenza di nuove figure manageriali e l’inevitabile “run out” di logiche aziendali e leadership con cui non è più possibile tenere il passo di un’evoluzione che ha cambiato l’atteggiamento dei consumatori e che rischia di svelare tutta la fragilità di quelle imprese che non riescono a lasciar filtrare le nuove istanze del mercato.

Un evoluto coinvolgimento dei dipendenti è quella preliminare strategia che può evitare circostanze rovinose, la loro presenza nella Rete li rende sia esperti protagonisti che segnalatori tempestivi delle correnti che si muovono lungo le coordinate del presente e al ritmo incalzante del domani.

I surfisti sono costantemente in contatto con amici che da una costa all’altra si chiedono “Hai visto il meteo?” e non appena le previsioni annunciano l’arrivo di una mareggiata scatta il viaggio al cardiopalma fatto di centinaia di chilometri e poche ore di  sonno, sole in faccia, mute bagnate, ma soprattutto tante onde. Persone diverse fra loro ma che in acqua diventano tutte  uguali,  lì un bagnino non ha niente di diverso da un amministratore delegato: sono tutti sulla riva con la stessa speranza che cali il vento e che quell’onda che rompe al largo diventi liscia e perfetta per farli “scivolare” ancora una volta. Il surf non è solo divertimento, è una costante prova di equilibrio, coraggio e passione.

James Cook, il capitano scopritore delle Hawaii, fu la prima persona  a parlare delle tavole ricavate dagli alberi con cui i polinesiani  gioivano delle arrabbiature del mare, con l’espressione  “He’e nalu” gli isolani indicano ancora il gesto di scivolare sulle onde. Ne è passata di schiuma sopra le teste di fuoriclasse e principianti rapiti dalla bellezza di questo sport che gli   appassionati preferiscono definire più come uno stato d’animo che una performance atletica.

Il campione statunitense Kelly Slater ripete che “You’re done, once you’re a surfer you’re done”: una volta che diventi surfista è fatta, non si può tornareindietro, si cerca sempre un momento libero da dedicare alle onde e dopo qualche tempo ti accorgi di aver girato il mondo alla scoperta degli spot, ovvero i posti migliori dove attendere l’onda perfetta.

Nelle aziende c’è bisogno di manager con “il costume sotto” pronti a tuffarsi in mare e a scivolare sull’onda perfetta, magari quella alta che fa anche un po’ paura,  professionisti  disponibili a cadere ed a riprovarci con la grinta di chi non sa resistere all’ebbrezza di un salto nell’evoluzione.

di Rosanna Del Noce

 Lo slogan “Yes, We Can” ha passato il testimone alla molteplicità di tante voci che rivelano “Yes, We Do It”. Questa volta non si corre per la Presidenza degli Stati Uniti ma per il FUTURO. Quel tempo che scorre inesorabile tra le incertezze economiche e l’attesa di un transito più favorevole.

Il nuovo slogan “Yes, We Do It” ha accompagnato la risolutezza degli oltre 300.000 abitanti dell’Islanda che, via Facebook, hanno partecipato alla stesura di un nuovo testo costituzionale. A seguito di un periodo di forte malcontento, il crescente fermento degli islandesi ha fatto scegliere ai parlamentari della repubblica di sottoporre il documento al giudizio della popolazione che, tramite like e commenti, ha espresso in tempo reale il proprio giudizio sulle decisioni prese dai suoi rappresentanti.

“Credo che questa sia la prima volta che una Costituzione viene stilata praticamente attraverso Internet. Il risultato ha superato le aspettative”, ha dichiarato al The Guardian Thorvaldur Gylfason, membro della Commissione Costituzionale. “L’opinione pubblica può così assistere alla nascita del nuovo documento. È un procedimento molto diverso rispetto ai vecchi tempi, quando i padri costituenti preferivano rinchiudersi in un luogo fuori mano, privo d’influssi esterni. I cittadini hanno aggiunto parecchio al nostro dibattito: i commenti sono stati d’aiuto e hanno avuto un effetto positivo”. Hordur Torfason è un artista indipendente islandese che crede che parte del suo lavoro sia anche combattere il cattivo uso del potere. Oggi è considerato il leader della rivoluzione silenziosa contro la finanza globale. Non è un esperto di economia e finanza ma una persona semplice, crede nella capacità dei cittadini di portare avanti le loro idee impegnandosi in precise strategie.

Oggi il Consiglio Costituzionale islandese ha un account Twitter con cui aggiorna i suoi follower, una pagina su YouTube in cui vengono pubblicati tutti i discorsi, uno spazio su Flickr con le foto dei venticinque consiglieri e un sito web che trasmette in diretta tutte le riunioni. Gli islandesi non hanno atteso alcun transito, lo hanno determinato con la convinzione che la loro prima responsabilità era di utilizzare la parola “CHANGE” nel modo più concreto ed immediato.

La vostra azienda forse non ha una sede in Islanda ma probabilmente vi siete già chiesti come poter aprire anche voi le porte alla voglia di partecipazione dei vostri principali interlocutori: i consumatori. Oggi assistiamo all’esponenziale crescita di influenza delle piattaforme di social networking e molte imprese stanno destinando budget anche cospicui per affermare la loro presenza sui nuovi canali di comunicazione 2.0. Queste imprese si pongono però alcuni legittimi interrogativi su come poter tradurre tali investimenti in iniziative che sappiano sincronizzarsi con la qualità dell’interazione ricercata dagli utenti. Altra questione altrettanto rilevante riguarda le strategie per trasformare la relazione con i consumatori in effettivi benefici economici.  Le aziende che vogliono assicurarsi un futuro economico anche grazie ad un’innovativa presenza sulle piattaforme di social networking, non possono trascurare i nuovi parametri con cui verranno valutate dagli utenti, primo tra tutti il principio che in Rete bisogna essere e che non basta più esserci. Solo partendo da questa preliminare condizione si possono sviluppare relazioni e progetti da cui ricavare i vantaggi dell’Essere Network.