di Rosanna Del Noce

La Share Economy ha precursori che oggi si godono il trionfo meritato dei pionieri. Zipcar, per esempio, ha ideato la condivisione dell’auto elettrica ma ha soprattutto avuto il potere di far sentire sorpassato il vecchio concetto dell’autonoleggio, puramente mercantile. Zipcar ha creato uno spirito di comunità fra i suoi iscritti, spesso ambientalisti: le auto vengono così restituite in ottimo stato e pulite a dovere. Eatfeastly e Yerdle sono altri due esempi di come l’aggregazione sia uno degli elementi chiave del successo della Share Economy.  Eatfeastly.com si propone come occasione per “mangiare festosamente”, evocando banchetti d’altri tempi, mentre Yerdle.com è “il luogo magico” dove condividere gli oggetti personali con gli amici.

airbnbNell’articolo “How The Share Economy  Will Change The Way We Do Business”, Scott Annan suggerisce di fare attenzione all’importanza dei micropreneur nella Share Economy e, per spiegare il ruolo che avranno nell’economia mondiale, ricorre al concetto di “spare capacity”.
Per spare capacity si intende la quantità disponibile di un prodotto o di una risorsa. Questa quantità varia al variare del rapporto tra domanda ed offerta. Da questa definizione risulta chiaro il ruolo di cuscinetto di sicurezza del mercato della spare capacity: quando la domanda cresce improvvisamente (nel caso del gas, ad esempio, potrebbe essere un’ondata di freddo anomalo), si ricorre alle scorte di spare capacity accumulate.
Nel suo articolo, Scott Ann sostiene che sempre più persone si percepiscono come potenziali imprese, ovvero micropreneur, che capitalizzano la propria space capacity, impiegando le proprie risorse, come auto, case e tempo libero, che rimangono in parte inutilizzate.
Airbnb è un portale peer-to-peer che in oltre 190 paesi mette in contatto proprietari di appartamenti che hanno spazi e stanze da affittare con persone che cercano posti dove soggiornare. Grazie a questa forma di economia nota come “consumo collaborativo” si sono sempre più diffusi i micropreneur, ovvero micro-imprenditori che risparmiano e guadagnano denaro utilizzando al meglio la loro spare capacity, ovvero i loro beni.

Uno degli elementi alla base dello sviluppo del consumo collaborativo è sicuramente la disponibilità a concedere fiducia agli estranei. Rachel Botsman, autrice del libro What’s mine is yours, vede in questa tendenza un “trasferimento di poteri”. Infatti, nel suo ultimo intervento al TED (video), oltre a spiegare le motivazioni di questa sua  lettura, dichiara che intende trasformare questo trend in un movimento globale, che si muova dalla consapevolezza di ritrovare quell’universale senso di umanità, rimasto sopito fino ai recenti scenari economici. Questo nuovo modo di percepire il proprio ruolo di consumatore, sta cambiando il modo di pensare alla domanda e all’offerta: dall’opportunità di una transazione si privilegia la qualità di un’esperienza.

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Questa tendenza si sta propagando in ambiti differenti, dai beni di consumo primari alle proposte per il tempo libero. L’evoluzione in corso sta attraversando ogni sfera della nostra quotidianità e tocca il singolo individuo nella misura in cui fa parte di una comunità.

Nel concetto di coevoluzione che ho elaborato a seguito di alcune analisi che ho presentato precedentemente in questo blog, punto l’attenzione su un aspetto chiave: la coevoluzione si manifesta quando i soggetti coinvolti sono messi in relazione dalla risonanza di intuizioni e scelte che, consapevolmente o inconsapevolmente, li porta ad evolversi insieme.

Nel mercato caratterizzato sempre più da consumatori 2.0, aperti ed interessati alla qualità relazionale di un’esperienza, crescono le risorse messe a disposizione da utenti che, grazie anche a riconosciute qualità personali, stanno infoltendo la popolazione di micropreneur.

E’ ORA DI VEDERE che le aziende hanno una ricchezza 2.0 ancora inutilizzata e che questa ricchezza è connessa con la singolarità, l’energia e l’entusiasmo di tutte le persone che vi lavorano: i micropreneur che possono trasformare in capitale le risorse delle imprese.

Secondo il rapporto del McKinsey Global Institute intitolato The Social Economy: Unlocking Value and Productivity through Social Technology questa ricchezza ha un valore stimato di circa 1.000 miliardi di dollari.
In questa cifra non sono quantificati nè quantificabili, tutti i benefici che potrebbero sorgere dall’impiego del potenziale aziendale 2.0, in quanto gli strumenti valutativi impiegati si basano su parametri che si limitano ad analizzare il valore delle  transazioni commerciali e non hanno la versatilità per valutare come la forza dell’aggregazione stia delineando scenari economici con differenti indici, quali il consenso, la fiducia, la relazione.

Di conseguenza, in un mercato 2.0 la reputazione non può essere veicolata esclusivamente dalle tradizionali strategie di marketing. I più evoluti esperti di marketing e comunicazione sanno che oggi la reputazione ci precede e che è costantemente influenzata dalla qualità umana di dirigenti, impiegati e collaboratori che lavorano dietro ad un brand. La reputazione di un’azienda dipenderà dalla qualità relazionale che, realmente sperimentata e sostenuta all’interno della stessa azienda, darà spazio ad una circolarità tra mondo reale e virtuale, tra esperienza off e on line.  La reputazione di un’azienda passa dalle opinioni delle persone con cui i dipendenti e collaboratori hanno condiviso, ad esempio, un viaggio in macchina, la scelta di una vacanza, il confronto su un’idea, l’adozione di un cane, un progetto lontano da casa, ecc.

Come afferma la Botsman “è cambiato il sistema dei valori. Invece di consumare per fare a gara con i vicini, ora le persone consumano per conoscere i vicini”.

È ora di far evolvere il potenziale aziendale con i progetti di coevoluzione 2.0

Front+cover+picdi Rosanna Del Noce

Il Global Trends Report 2013 mette in evidenza le tendenze a cui il mondo imprenditoriale deve fare attenzione se vuole rimanere al passo con i mutamenti dei modelli di scelta e consumo. Ecco qui di seguito i principali trend che caratterizzano i prossimi scenari di mercato:

- Tutto è social: le nuove generazioni e il loro mondo digitale invadono gli scenari economici
Mobile e connettività giocheranno un ruolo sempre più decisivo nel futuro contesto imprenditoriale: l’evoluzione dei media ha modificato la comunicazione, e quindi le relazioni, spostandola da una modalità one-to-many ad una modalità many-to-many. Gli attori che giocheranno un ruolo fondamentale in questo nuovo scenario sono le persone che lavorano all’interno delle aziende. Sono loro infatti i primi interlocutori e testimoni di realtà imprenditoriali che oggi i consumatori vogliono conoscere dall’interno e non mediante spot e iniziative commerciali.

- Il consumatore sta vincendo la lotta per l’affermazione di nuovi valori economici e sociali
Nell’economia “senza proprietà” cresce lo shared-with-me, ovvero la preferenza verso le esperienze che possono essere condivise e che siano anche socialmente utili. Questo trend ha origine nel rafforzamento di un senso di collettività, descritto da ToBeNetwork, alla fine del 2011, che ha segnato anche l’obsolescenza del senso di appartenenza aziendale e il contemporaneo diffondersi del sentimento di vicinanza professionale.

-Tutto è distribuito: la mobilità della produzione e dei consumi
Aumenta la distribuzione degli strumenti e delle risorse per acquisire e creare valore. Sempre più distribuiti anche il lavoro e la produzione di energia, mentre le piattaforme didattiche di massa  rivoluzionano l’istruzione. Meno controllo, più serendipità e sincronismo segnano i nuovi processi di conoscenza e confermano le potenzialità economiche del modello di Social CoTraining proposto da ToBeNetwork, come strumento da implementare nell’azienda.

- Guerre geopolitiche: la lotta per il controllo del futuro
I Brics e le altre economie in forte espansione, saranno i protagonisti del controllo economico e dello sviluppo sociale. Si profila uno scenario con un mercato multipolare, basato su economie, sistemi sociali e politici enormemente differenti. Cala la fiducia nei Governi, cresce nazionalismo e il potere dei cittadini.

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- L’escalation dei conflitti per le risorse: da un mondo di abbondanza a un mondo di scarsità
In futuro avranno un ruolo fondamentale le nuove tecnologie e la revisione dei modelli di consumo: con molta probabilità saranno le imprese, e non i Governi, a fare da traino.

- Le imprese prendono l’iniziativa: dal profitto al progetto sociale
Progetto sociale significa sostegno e sviluppo di un illimitato mercato di efficienti scambi di tempo, spazi, risorse, beni, etc. Molte imprese stanno rispondendo a questo nuovo trend con iniziative sociali che ricevono il gradimento di stakeholders, dipendenti e consumatori. Questo traguardo sarà alla portata delle aziende consapevoli della necessità di dotarsi, prima di tutto al proprio interno, di una cultura e di una vision sociale che rispetti le istanze della coevoluzione 2.0

- La sfida della sicurezza
La conoscenza e l’informazione sono fonte di evoluzione e vantaggio competitivo. In questo cyberspazio aperto ed esteso, la sfida è creare e sostenere network abitati da persone che sviluppano un senso di comunità che difende da attacchi esterni ed evita la dispersione di informazioni.

- Il sistema finanziario cambia volto
Le imprese cercano nuove soluzioni di finanziamento e i consumatori alternative. Fra le tendenze già attuali ci sono aziende ed organizzazioni, come i L.E.T. – Local Exchange Trade, che non usano contanti e che hanno rimesso in moto il sistema del baratto e delle valute complementari. Le chiavi d’accesso a questi sistemi sono la fiducia, il senso di collettività e la condivisione responsabile.

Per rispondere al meglio a queste tendenze è necessario rivedere alcuni modelli imprenditoriali, comprendere la centralità strategica dell’area HR e dei dipendenti, focalizzarsi su priorità come l’integrazione culturale tra X e Y Generation e l’acquisizione di una visione aziendale sintonizzata con l’ecosistema 2.0.

di Rosanna Del Noce

Obama_elections2012_twitter“Four more years” di  Barack Obama è il tweet d’oro dell’anno  2012. Come specificato nello  speciale L’anno 2012 su Twitter  “Prima di salire sul palco per affermare la propria vittoria elettorale, il Presidente Obama ha rimarcato il successo via Twitter. Nel giro di poche ore questo Tweet è diventato contemporaneamente il più ritwittato del 2012 ed il più ritwittato di sempre, inviato da persone di oltre 200 paesi del mondo”. Nessun grande evento è sfuggito al megafono sociale di Twitter. Nel Battito del Pianeta vengono infatti ricordati momenti che, come le Olimpiadi di Londra, l’esibizione delle Spice Girls durante la cerimonia di chiusura per le Elezioni USA, l’uragano Sandy e la scomparsa di Whitney Houston, hanno prodotto il maggior numero di tweet e retweet.
Da registrare sempre nel 2012 il nuovo primato della media di tweet giornalieri: 175 milioni. La visione del Grande Fratello e American Idol o delle puntate italiane di X-Factor e Italian’s got talent, scatena l’incessante susseguirsi di hashtag e messaggi. Nella sezione Nuove Voci il team di Twitter dà il benvenuto ufficiale a nuovi ed illustri iscritti tra cui @Pontifex, @NicolasSarkozy, @Pele e @BenAffleck. Tra le tendenze tecnologiche il primato è dell’app Draw Something, un gioco sociale per smartphone e tablet. La regina delle app è seguita dai termini Mini, l’iPhone 5 e il Kindle.

Sul fronte YouTube il video più cliccato è del rapper coreano Psy che con il suo Gangnam Style si aggiudica un miliardo di visualizzazioni e la fama di star planetaria. Al secondo posto troviamo invece 5 ragazzi che suonando una sola chitarra danno vita all’inedita cover di un famoso brano.
Medaglia di bronzo per il video Kony 2012 con cui si chiede la cattura del criminale di guerra ugandese Joseph Kony. Al quarto e quinto posto troviamo la prevista presenza di Justin Bieber e Barack Obama anche se per quest’ultimo il successo di visualizzazione spetta in realtà alla parodia rap del suo scontro con Mitt Romney. L’ironico video per il lancio della tv belga TNT occupa il sesto posto e con l’invito a schiacciare il pulsante “push to add drama” tocca quota 40 milioni di visualizzazioni. Il settimo e l’ottavo posto sono occupati da “Why you asking all them questions” di Spoken Reasons e “Crystallize” di Lindsey Stirling. Al nono posto si piazza il video più commentato: nel documento “Facebook Parenting” un padre legge il post con cui la figlia critica i genitori su Facebook.

felix-baumgartner-wallpaperL’ultimo posto della top ten di YouTube è del tachicardico lancio da 39 chilometri d’altezza con il quale Felix Baumgartner  ha superato la barriera del suono.

Oggi, 30 Dicembre 2012, si è spenta a Roma la Signora Rita Levi Montalcini. Qualcuno su Twitter ha appena scritto “103 anni di cultura e conoscenza si sono spenti”. A questo tweet desidero rispondere con la stessa viva speranza con cui tra poche incontreremo il 2013… e dire che l’intelligenza nobile fa evolvere il suo impegno a luci soffuse e lascia tutto ben acceso.

di Rosanna Del Noce

In un recente articolo del Wall Street Journal l’editorialista Michael Malone ha spiegato che durante l’ultimo mezzo secolo ci siamo abituati ad assistere alla contrapposizione tra le discipline scientifiche, necessarie allo sviluppo dell’economia industriale, e quelle umanistiche, in costante declino perché ritenute inadatte a gestire gli investimenti finanziari, curare le malattie, risolvere le controversie legali di un’azienda, o andare sulla Luna. Questa convinzione è ed era infondata già allora, perché sulla Luna ci metti piede solo se alimenti il desiderio di oltrepassare un limite. Nello stesso articolo Malone riporta una frase pronunciata recentemente da Santosh Jayaram, fondatore di Daemonic Labs ed ex Vice Presidente delle Business Operations di Twitter,“i laureati in inglese sono esattamente il tipo di persone che cerco di assumere”. Jayaram ha precisato che i tecnici e i programmatori gli servono per progettare e costruire i prodotti, così come i manager e gli avvocati, per far funzionare l’azienda. Senza i laureati in inglese, però, non si partirebbe neppure. I dipendenti con una cultura umanistica, infatti, hanno il compito fondamentale di capire quali sono le nicchie del mercato non sfruttate, quali sono i sogni e i bisogni della gente, e quali idee potrebbero soddisfarli. Da queste affermazioni sembrerebbe che attribuire un maggior peso agli specialisti delle discipline umanistiche possa risollevare l’economia. In verità le competenze umanistiche prima di essere destinate a trovare soluzioni per vendere dei prodotti, dovrebbero poter rileggere la storia delle aziende ed attualizzarne la presenza sul mercato. Le imprese sono infatti sempre più esposte ad uno sguardo globale che non esita a decretarne la sopravvivenza. Questo sguardo si muove con logiche che sfuggono al controllo e, proprio per tale motivo, viene percepito come misterioso e complesso.
Per comprendere in che modo il senso di “individualità globale” sta cambiando gli scenari sociali ed economici  bisogna iniziare a calarsi in un mondo da scoprire istante dopo istante: il mistero della complessità attuale non si può svelare utilizzando scorciatoie di conoscenza rappresentate da interpretazioni già date a scenari trascorsi. Ciò che si sta muovendo intorno a noi è molto più della realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi o nella nostra memoria.
Le ragioni del fallimento di molti progetti imprenditoriali derivano infatti dall’impatto degli atteggiamenti mentali conservatori con il processo evolutivo in corso.
Questa sfida è certamente complessa perché comporta lo sforzo di rimettersi in gioco e di rivedere le logiche che per lungo tempo hanno presidiato strategie ed organizzazioni aziendali.
Nel suo libro Vivere con la complessità Donald A. Norman, psicologo ed esperto di design, attribuisce alla complessità l’aspetto coinvolgente e positivo della modernità a patto che l’approccio sia funzionale all’obiettivo di renderla più comprensibile e non di rimuoverla.
Norman afferma, infatti, che “Quello che molte persone non riescono a capire o ad intravedere, e tra questi ci sono coloro che dovrebbero cambiare le cose, è che la tecnologia non sta esclusivamente permettendo di fare in modo semplice una cosa prima complicata: la tecnologia sta attivando nelle persone un approccio nuovo, più articolato e inedito alle idee e alla creatività. Ciò che non si riesce a comprendere, interpretando ogni innovazione esclusivamente come un aggiornamento, è che stanno nascendo nuovi modi di raccontare, di concepire una necessità, di costruire la qualità e di percepire la felicità”.

di Cristina Savelli

Come da tempo abbiamo segnalato, la domanda che le aziende dovrebbero porsi è: come è la mia presenza sui social network?

Porre l’attenzione su quel ‘come‘ implica una riflessione approfondita ed attenta, senza a-priori, su quelle trasformazioni che i social network, e più in generale il web, hanno contribuito a portare ormai sotto gli occhi di molti.
Ma vedere un fenomeno non significa automaticamente comprenderlo. Nell’ambito della comunicazione 2.0 è poi particolarmente complessa la comprensione di un fenomeno che si muove sfuggendo alle maglie del controllo. E’ innegabile che la presenza di una azienda in Rete, il suo ‘esserci’, è spesso, ancora oggi, pericolosamente legata a modelli, idee e probabilmente metodologie, del passato.

Un piccolo esempio:
12 settembre 2012: sul ‘muro’ Facebook della pagina ufficiale di Parah compare una foto con un tramonto-cartolina sul mare e una scritta, un po’ casareccia, con i nomi di tre vincitrici di un gioco.
si registrano 6 like; 6 commenti, di cui 2 della Parah stessa.

al 1° ottobre 2012, ore 9.30, sullo stesso ‘muro’ si registrano complessivamente, cioè per tutti i post successivamente pubblicati dalla Parah, un totale di 4.722 commenti e 7.633 ‘ne parlano’.

Fra queste due date l’affaire Minetti, noto.

L’interpretazione dell’evento è polarizzata fra chi ritiene sia stato un successo (ha attirato l’attenzione, si è fatta conoscere a chi ignorava l’esistenza del marchio, ecc., i fautori del ‘nel bene o nel male, purché se ne parli’) e chi ritiene sia stato un boomerang contro il marchio stesso.

Indipendentemente dalle valutazioni personali, che come tali vanno rispettate, mi permetto di sottolineare che la lettura dei commenti è un sano esercizio per mettersi all’ascolto delle singole voci che in questo come in molti altri casi, sono voci di persone a cui le aziende si rivolgono quando portano la loro presenza sui social network. Ma chi sono queste voci e cosa dicono? Cosa cercano? Come si muovono? Cosa si aspettano?
Lo sviluppo dei canali di comunicazione 2.0 ha fatto emergere, ormai da tempo, una nuova modalità relazionale: le persone vogliono andare oltre le apparenze e le comunicazioni ufficiali. Si assiste ad una maggiore attenzione rispetto ai messaggi e ai modelli che vengono proposti. L’alta velocità di diffusione del tam tam che si scatena in Rete non consente più alle aziende di appellarsi a soluzioni che ricalcano modelli di comunicazione egocentrici e autoreferenziali.

Non è più sufficiente avere un testimonial sbalorditivo o seducente per attivare il meccanismo della certezza di vendita. E’ necessario avere l’umiltà ed il coraggio di comprendere che i valori sono cambiati e che i consumatori non sono più dietro le vetrine dei negozi ma dentro lo spazio aziendale, ovvero tutto lo spazio che le aziende portano in Rete e che pensano ancora di poter gestire come se fosse sotto il loro esclusivo controllo, continuando a garantire loro una comunicazione monodirezionale che non può esistere in Rete, per cosa è la Rete, per come è.

Il comunicato ufficiale pubblicato dalla Parah per tamponare il numero di commenti negativi che stavano arrivando sulla pagina facebook dell’azienda, ha provocato, se possibile, ben di peggio: più di 3.500 commenti che esprimono, per la maggior parte, indignazione per ciò che è stato percepito come un inefficace e goffo tentativo di giustificare la scelta marketing.

L’evoluzione in corso ha reso tutti più capaci e desiderosi di autenticità nelle comunicazioni e di rispetto per le opinioni di chi è in Rete.

Le aziende che vogliono assicurarsi una futura e vantaggiosa presenza sulle piattaforme di social networking, uno spazio nel quale rimanere in contatto con i consumatori, non possono trascurare i nuovi parametri con cui verranno valutate dagli utenti, primo tra tutti il principio che in Rete bisogna Essere e che non basta più Esserci.

Questo è uno dei presupposti che caratterizza il passaggio dalle iniziative di Social Media Marketing ad un approccio strategico di Social Media Co-Marketing.

di Rosanna Del Noce

Un recente rapporto del McKinsey Global Institute intitolato The Social Economy: Unlocking Value and Productivity through Social Technology ha fornito una stima dell’impatto economico che avrebbe la S-Economy (Social Economy) se le aziende sapessero sfruttarne il valore.

Le aree Marketing, Vendite e Post vendita sono quelle che presentano il maggiore potenziale economico, con 500 miliardi di dollari di creazione di valore, seguite dallo Sviluppo di Prodotto e Operations con 345 miliardi. Il miglioramento delle attività di supporto al business produrrebbe circa 230 miliardi.
Per trarre benefici economici dalla S-Economy le società sono chiamate a rivedere la propria organizzazione, le pratiche di business e la cultura aziendale attivando un percorso che coinvolge tutti i comparti. Secondo l’Istituto McKinsey i processi di comunicazione, collaborazione, co-creazione  coinvolgono l’intera azienda, abilitando relazioni, scambio di informazioni e modalità di collaborazione sia all’interno che all’esterno della struttura.

L’indagine evidenzia che non basta spostare i budget dai canali tradizionali ai Social Media per raggiungere questi risultati ma occorre sviluppare processi ben strutturati che coinvolgono la sfera on-line come quella off-line.
Con tale approccio le aziende possono diventare fully networked, ovvero in grado di ricavare benefici sostanziali dalla connessione con tutte le parti dell’organizzazione, i consumatori e i partner esterni.
Secondo il McKinsey Global Institute  i 10 modi per creare valore attraverso i social network sono i seguenti:
- co-creazione dei prodotti;
- previsione e monitoraggio;
- distribuzione dei processi business;
- ottenimento degli insight dei consumatori;
- marketing communication;
- generazione di lead;
- social commerce;
- costumercare/service;
- miglioramento intra/inter organizzazione e collaborazione/comunicazione;
-  allineamento dei talenti ai task.

In quest’immagine sono indicate le principali applicazioni delle tecnologie Social, che possono essere usate sia dai consumatori che dalle imprese:

La Social Economy sarà la prossima rivoluzione industriale? Le premesse ci sono. La velocità con cui i Social Network, praticamente inesistenti fino a sette anni fa, si sono diffusi fino a raggiungere oltre un miliardo e mezzo di persone li ha fatti diventare non solo un fenomeno sociale, ma anche economico – basti pensare a come hanno influenzato il processo di acquisto dei consumatori – culturale – per il cambio di linguaggio e di modalità di condividere conoscenza – e politico – dalla campagna di Obama fino alla Primavera Araba. Lasciare questa rivoluzione fuori dalle aziende sarebbe come insistere a riporre delle aspettative nel passato pur di non aprire le porte al futuro.
Al di là dei numeri, il McKinsey Global Institute evidenzia tre aspetti su cui riflettere.
In primo luogo considera i rischi derivanti da questa rivoluzione “social”, ovvero le violazioni della proprietà intellettuale e della privacy al furto di identità, minori dei benefici che ne derivano.
Il secondo aspetto riguarda la velocità con cui questa rivoluzione sta avanzando. Gli analisti di McKinsey fanno notare che “Mentre alla televisione commerciale sono serviti 13 anni per raggiungere 50 milioni di famiglie e tre anni agli Internet Service Provider per registrare 50 milioni di abbonamenti, a Facebook è bastato un anno per raggiungere 50 milioni di iscritti. La velocità e le proporzioni dell’adozione delle tecnologie sociali da parte dei consumatori hanno superato quelle di qualunque altra tecnologia precedente. Tuttavia, consumatori e aziende sono ben lontani dallo sfruttarne appieno il potenziale di impatto”.
L’ultimo punto è che in una fase di forte criticità per il sistema economico globale, una delle leve per far ripartire la crescita non stia più nella competizione, ma nella collaborazione e nella capacità della comunicazione e delle reti sociali di ridefinire i mercati. Ancora una volta, dipende dagli uomini più che dalle tecnologie. Dipende dall’intenzionalità e dalla disponibilità a promuovere spazi di relazione che accolgono la partecipazione e preservano il contributo e l’unicità di tutti gli interlocutori.

Concludo questo post con l’annuncio che a breve uscirà il mio libro “E’ Ora di Vedere – come far evolvere l’azienda e l’identità professionale”. E’ un saggio che conferma la necessità di prestare un’elevata attenzione al capitale umano e alla sinergia con l’intelligenza collettiva ed i network della conoscenza estesa.  Occorre adottare le competenze e i modelli della nuova area della Gestione del potenziale in Rete On / Off-line. Credo che intraprendere la strada della Social Economy significhi acquisire una mentalità che va oltre il concetto di innovazione, che si apre al benessere potenziale dell’evoluzione in corso. Il mondo è inter – e intra – connesso con una Rete che offre infinite possibilità di conoscenza e relazione, un sistema che sta spazzando via i confini tra virtuale, reale ed aziendale.

di Rosanna Del Noce

Nella sala principale di due boutiques, a New York e Los Angeles, c’è uno “specchio magico” che permette di ricevere in tempo reale il parere di friend e follower sugli abiti appena provati. La catena di abbigliamento Pickn’Tell ha escogitato una soluzione hi-tech per tutti coloro che desiderano condividere il piacere e le incertezze dell’acquisto di un jeans o di un abito da sera.

L’app di Pickn’Tell si basa su un sistema di webcam posizionate dietro lo specchio e connesse con i social network. Permette di caricare video della lunghezza massima di cinque secondi e di registrare il codice a barre di un vestito in modo da salvarlo nel telefonino e creare una lista virtuale di potenziali acquisti. La soluzione può assolvere quindi il ruolo di “style consultant 2.0” ed è disponibile sia per iPhone che per sistemi Android. Con una semplice password si aprono le porte del camerino ad amici che magari si trovano in un’altra città e che in pochi istanti si immergono tra i capi delle ultime collezioni. L’apprezzamento di questa applicazione di “Social Shopping” è rintracciabile anche nella crescente voglia di  immersione dei frequentatori degli ambienti 2.0. La libertà di immergersi in un momento di quotidianità fatta di semplici gesti, distingue gli spazi ed i canali preferiti dagli utenti della Rete.
Nato nel Marzo 2010, il sito di photo sharing Pinterest è stato eletto il fenomeno del “Social Commerce”: fra maggio 2011 e maggio 2012 ha registrato un aumento del 4377% del numero di utenti. È apprezzato soprattutto dalle donne con un alto reddito e dai giovani millennials che cliccano foto di accessori, cibo, interni e abbigliamento. Nessuna intermediazione, solo il link che rimanda all’e-store del brand del prodotto che si desidera comprare. Steelhouse, società californiana specializzata nel settore, nel report “Social Shopping 2012” ha pubblicato queste percentuali: il 59% degli utenti Pinterest ha comprato un prodotto visto su una “board” (cioè la cartella che aggrega le immagini per tema) rispetto al 33% di utenti Facebook.

Pinterest non è una vetrina per pubblicizzare prodotti e dove far condividere l’ultima campagna pubblicitaria. Chi desidera vendere pubblicando immagini su Pinterest deve prima dedicarsi alla condivisione del lifestyle: fra le 25 board di Michael Kors ce ne sono infatti 2 con le foto dei suoi viaggi e dei suoi piatti preferiti. Gucci propone le immagini di un viaggio in Italia con panorami mozzafiato e Macy’s “nasconde” le proposte commerciali dietro 32 board ispirate ognuna a una magia. Attenzione però a come viene armonizzata l’intenzione di vendere con la voglia di libertà ed autonomia nelle scelte di acquisto. Il Social Shopping è davvero il terreno fertile nel quale le aziende metteranno alla prova la loro capacità di ascoltare la voglia di immersione degli utenti e di creare le condizioni per soddisfarla.

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